L' INGREDIENTE SEGRETO


 


RACCONTI SPARSI EDIZIONE 2021


Come l'estate scorsa anche quest'anno ho deciso di pubblicare qui qualche mio racconto scritto durante i mesi invernali e perfezionato meglio che ho potuto e rigorosamente secondo il mio sentire del momento. Di solito se la sintassi e i periodi sono a posto e la storia mi piace, la conservo e ve la faccio leggere.
Eccovi qui la prima di quest'estate. Non so quante ce ne saranno, ma visto che parlo al plurale saranno comunque almeno due.

A proposito, se sei capitato qui per caso solo ora e vuoi recuperare i quattro racconti dell'estate scorsa ti basta scrollare con il mouse e guardare nella barra qui alla tua destra finché non incontri la rubrica dedicata. Si chiama RACCONTI SPARSI.


Buona lettura


L’ingrediente segreto

 

Tutto ha portato a questo momento.

L’istituto alberghiero, in totale 6 anni perché un anno lo ha dovuto ripetere, la scuola di cucina e i master di approfondimento, le lunghe ore sui testi a studiare chimica, fisica, le proprietà degli alimenti, i metodi di cottura, l’utilizzo degli strumenti e poi le ore di pratica davanti ai fornelli, affettando, pelando, sbollentando, brasando con le mani che dolevano per i tagli, gli occhi che bruciavano per i fumi, la testa che doleva nella concentrazione di coordinare i gesti, controllare i tempi, utilizzare tutte le sue conoscenze.

Tutto questo aveva portato Silvia a questo momento.

Sentendo il suo nome ha lasciato al sua postazione con il suo piatto in mano. E’ l’ultimo piatto che cucinerà per questa gara, il piatto della finale. Tra lei e il suo obiettivo per cui ha studiato, sofferto e pianto moltissimo c’è solo un assaggio, un commento, un giudizio. Dovrà guardare i giudici per l’ultima volta mentre assaggiano il suo piatto, commentano a parole o a gesti, sottolineano, criticano e ammiccano.

Per. L’ultima. Volta.

Le sudano le mani, le tremano le ginocchia, vorrebbe far finta che il piatto le scivoli a terra, ma poi ripensa a tutto ciò che l’ha portata fin lì, alla fatica e ai rospi indigesti. A quella sera persa nelle nebbie di un passato rancoroso e doloroso da cui è cominciato tutto.
Posa il piatto davanti ai giudici, li vede assaggiarlo, li sente fare le loro considerazioni. Poi via, torna in postazione.
Sfilano gli altri due finalisti della gara. Bocche che masticano, occhi che guardano, parole che si perdono nell’eco della sua risolutezza. E’ quasi finita.

Proclamano il vincitore. E’ lei. Silvia ha vinto.

Congratulazioni, complimenti, strette di mano.

Si avvicina un giornalista.

“Hai vinto la gara, come ti senti?”
“Stanca”
“E’ stata dura, la concorrenza era spietata, Enrico ti ha dato filo da torcere fino alla fine. Che ne pensi?”
“E’ stato bravo. Non abbastanza, però”
“A chi dedichi questa vittoria?”
“A mia madre”
“E’ scomparsa quando eri piccola, vero?”
“Si, si è tolta la vita”
Nell’imbarazzo generale il giornalista cambia tono “Senti, hai sempre dichiarato che in caso di vittoria avresti svelato qual è il tuo ingrediente segreto. Quello che non hai voluto dire nemmeno ai giudici. Adesso ce lo dirai?”
“Certo: è l’arsenico. Trattato a dovere assume un sapore molto particolare che dona ai piatti un retrogusto piacevole”
“Ma...E’ un veleno!”
“Vero. E ne ho usato una piccolissima dose in ogni piatto che ho preparato per questa gara”
“In tutte queste settimane? Ma è pazzesco, bisogna avvertire le autorità, chiamare dei medici. Com’è possibile che nessuno se ne sia accorto?”
Intanto nella stanza scoppia il finimondo.
“Non è la sostanza che fa il veleno ma la quantità. Ho aggiunto una piccola dose di arsenico in ogni piatto tale da non essere percepita ma sufficiente ad avvelenare una persona in modo lento e costante”

In quel momento si sente un tonfo. Uno dei giudici è caduto a terra con la schiuma alla bocca e in preda alle convulsioni. Staff e spettatori accorrono in suo aiuto. Poco dopo anche gli altri due subiscono la stessa sorte.

Il giornalista è terreo e balbetta “P-perchè?”

“Mia madre aveva un ristorante. Dopo tanti tentativi è riuscita a invitare questi tre critici per far valutare loro i suoi piatti. Loro hanno mangiato tutto quello che c’era sul menù in drammatico silenzio. Alla fine, dopo ore davanti ai fornelli per spremere il meglio di se stessa, mia madre è stata stroncata da tre giudizi negativi e loro se ne sono andati ridacchiando e sfottendo. Da quel momento mia madre è sprofondata nelle depressione e dopo sei mesi si è uccisa. Ho giurato a me stessa che avrei fatto in modo di preparare loro dei piatti che li avrebbero fatti ricredere, che li avrebbero fatti morire di gusto, come ripetevano sempre”

“Però per farlo hai dovuto assaggiare anche tu i piatti. Non ti sei avvelenata anche tu?”

“La cucina è chimica, fisica e tante altre cose ma soprattutto è arte e io ho creato il mio capolavoro. Il piatto irripetibile”

Un altro tonfo e il giornalista si ritrova a fissare il vuoto.


Commenti

  1. Della serie “ la vendetta è un piatto che va servito freddo”.
    Bravo : Sentendo il suo nome ha lasciato al sua postazione..forse devi correggere-:)

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    1. Grazie. Perché correggere...a me piace così.

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  2. Bello! Una vendetta servita... calda ;) O il piatto era comunque freddo? :D

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